La Disco Music

La disco music (in italiano detta anche musica disco, o semplicemente disco), prende il nome da discoteche. I due fenomeni (il genere musicale e il tipo di locali) emersero insieme, e il fine esplicito della disco music era quello di essere ballata, più che di essere ascoltata. Detestata da chi in quegli anni aveva una visione della musica più “politica”, impegnata e poco commerciale, ha saputo con il tempo imporsi e diventare una vera e propria corrente musicale. Sottogenere del funk, a sua volta derivato dall’R&B, la disco music è legata a locali americani come lo Studio 54.

La prima metà degli anni Settanta: dal Rhythm & Blues alla Disco

I precursori del genere sono gli artisti afroamericani che spingono il Rhythm & Blues a diventare un genere da ballo, come ad esempio Aretha Franklin con il successo Respect. Il passaggio avviene durante tutti gli anni Sessanta e si inizia a parlare di Disco quando l’avvento di locali come lo Studio 54 rendono popolari al pubblico l’esistenza di una musica da ballo scritta e prodotta per far ballare la gente nelle discoteche, a differenza di quanto accadeva per il Rhythm & Blues che pur essendo musica ballabile non veniva prodotta e scritta per quello scopo.
Da quando i locali entrano in scena come luoghi in cui divertirsi ma legati indissolubilmente alla fruizione di musica, ovvero dall’inizio degli anni settanta, ci troviamo di fronte a un vistoso mutamento della musica nera. Prendono sempre più piede gli arrangiamenti orchestrali, i climi si fanno più dolci e leggeri, il kitsch assurge a ruolo di status. Tutto ciò riflette probabilmente un benessere, sconosciuto nei decenni precedenti, che stempera fino a sopirle (ma solo fino ad un certo punto, si pensi alla colonna sonora di Superfly ad opera di Curtis Mayfield) le istanze di protesta sociale della gente di colore.
Mentre il Rhythm & Blues veniva in parte soppiantato dal Funk, a Los Angeles nasceva la 20th Century di Barry White; a Filadelfia gruppi come gli O’Jays, i MFSB e solisti come Teddy Pendergrass e Billy Paul legittimavano la nascita di un vero movimento: il Philadelphia Sound (alias Philly Sound); a Miami, soprattutto grazie all’etichetta TK Records, esplodevano Timmy Thomas, George McCrae e K.C. & The Sunshine Band; a New Orleans Allen Toussaint nei suoi Sea Studios costruiva fenomeni come Labelle e Pointer Sisters, e a New York, negli uffici di etichette come la Salsoul, Prelude o WestEnd e nei locali gay si cominciava a parlare di disco music.
A Filadelfia, Gamble e Huff erano in pista fin dalla metà degli anni sessanta. Era stato in quel periodo che i due avevano iniziato a sperimentare le soluzioni sonore che, dieci anni dopo, sarebbero state proprie del cosiddetto Philly Sound: soprattutto il loro lavoro con Jerry Butler (co-fondatore assieme a Curtis Mayfield degli Impressions) dimostra come i due avessero le idee molto chiare sulla strada da seguire.
L’uso dell’orchestra sposata perfettamente alla ritmica, gli arrangiamenti sofisticati, la grande dinamica, la melodia accattivante, caratterizzavano quei primi prodotti come avrebbero caratterizzato, poi, quelli degli O’ Jays o del MFSB.
I nomi di punta dell’etichetta erano Billy Paul e Teddy Pendergrass come solisti, gli O’Jays, le Three Degrees e i Blue Notes di Harold Melvin come gruppi. C’era poi una house band che collaborava alle incisioni di tutti. Fu proprio questa house band di una cinquantina di elementi, la Mother Father Sister & Brother (MFSB), che nel ’74 fece conoscere a tutti quale fosse il suono che avevano in mente Gamble e Huff. Avvenne quando portò ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo un singolo dal titolo programmatico: TSOP, cioè The Sound of Philadelphia.
Nel 1974 raggiunse improvvisamente la cima delle classifiche tale George McCrae con il brano Rock Your Baby. McCrae veniva da Miami. Se Philadelphia aveva la Philadelphia International Records e la premiata coppia Gamble & Huff, Miami aveva la TK Records e Henry Stone. Miami è in una posizione geograficamente e musicalmente strategica: a due passi da Memphis non può non risentire della sua influenza, ma, a poche miglia dal Centroamerica non può ignorare il reggae, il calypso e i ritmi afrocubani che da lì arrivano.

La seconda metà degli anni Settanta. L’uscita dal contesto afroamericano e le nuove tecnologie

Ancora nel 1976, la disco music era di quasi esclusivo appannaggio della gente di colore: aveva un grande riscontro ma non ancora quel successo planetario che avrebbe avuto un anno dopo. Nel 1978, invece, la disco dominava qualsiasi classifica, invadeva la programmazione di qualsiasi stazione radio, faceva da sfondo agli spot pubblicitari, influenzava pesantemente la produzione musicale di artisti decisamente rock (dai Rolling Stones a David Bowie, da Rod Stewart ai Chicago, dai Doobie Brothers a Elton John). Cos’era successo?
Esattamente quello che era successo con il rock’n'roll negli anni cinquanta: perché un fenomeno musicale di derivazione nera assurgesse a popolarità mondiale, fu necessario che di quel fenomeno si appropriassero dei musicisti bianchi. Nei fifties era stato Elvis, vent’anni dopo, nella disco, furono i Bee Gees. I Bee Gees non erano nati con il fenomeno disco e non possono essere considerati immediatamente artisti disco. Fu nel ’75 che Robert Stigwood ebbe la grande idea: ingaggiò il produttore Arif Mardin che confezionò per i Bee Gees l’album “Main Course”; il singolo Jive Talking li portò in vetta alle classifiche USA. L’album successivo fu quello dell’esplosione: si intitolava Children Of The World e conteneva il singolo You Should Be Dancing. Album e singolo vendettero milioni di copie in tutto il mondo consacrando la disco music come nuovo fenomeno in tutto il pianeta.
Un dato, sopra tutti, può dare l’idea della portata del “fenomeno Bee Gees”: nel 1978 i fratelli ebbero ben 5 canzoni da loro scritte prodotte e/o arrangiate, contemporaneamente nella top ten e per 4 settimane consecutive: un’impresa che, prima di loro, era riuscita solo ai Beatles e che nessuno ha più ripetuto (almeno finora).
Robert Stigwood aveva certo visto giusto nell’imporre una svolta disco ai Bee Gees, ma forse, in quel momento, non aveva ancora capito la portata del fenomeno. Ad aprirgli gli occhi fu forse un’inchiesta che rivelava ai lettori esterrefatti che tutto ciò che essi pensavano della gioventù americana (dei loro figli, alla fine) era improvvisamente vecchio e superato. Se qualcuno pensava ancora ai giovani con capelli lunghi impegnati a rollarsi una canna di marijuana e ad ascoltare rock sognando la California, doveva mettere avanti l’orologio. Ora i giovani si imbrillantinavano i capelli, si vestivano magari in maniera bizzarra ma ricercatissima, e passavano le nottate in discoteca a ballare una nuova musica nata per le minoranze nere.
Stigwood pensò allora a un film, ispirato al fenomeno Disco, e, nel momento di provvedere alla colonna sonora, convocò i musicisti disco che lui aveva portato a essere i più venduti al mondo: i Bee Gees. L’album vendette oltre trenta milioni di copie. Il film era Saturday Night Fever.
Saturday night fever uscì dapprima in USA nel 1977. Pochi mesi dopo, aveva già invaso le sale cinematografiche di tutto il mondo (in Italia come La febbre del sabato sera, arrivò nella primavera del 1978).
Diretta da John Badham, la pellicola narra di un commesso di ferramenta di origine italiana, Tony Manero (John Travolta), che trova la propria realizzazione nel ballo in discoteca. Dopo inevitabili traversie, vince un concorso di ballo, dona il trofeo vinto a costo di tante fatiche a ballerini più meritevoli, riesce a conquistare la ragazza del cuore, si trasferisce a Manhattan e mette la testa a posto.
Nel successo del film, che consacrò Travolta quale sex symbol degli anni settanta, pesarono moltissimo la musica e le scene di ballo in discoteca (tra parentesi, il film fu girato al 2001 Odyssey Disco a Brooklyn, il club dove avevano debuttato i Village People il 28 febbraio 1977). Le coreografie di Lester Wilson divennero il modello su cui milioni di disco-fans si esercitarono per anni, il vestito con gilet bianco e la camicia nera diventarono il loro look e il ditino alzato di Travolta il simbolo stesso della disco music.
I Bee Gees sono da alcuni considerati il paradigma degli anni settanta, ma non furono l’unico fenomeno del decennio. Non possiamo non parlare di gruppi o solisti come gli Earth Wind & Fire, The Ritchie Family, le Labelle, Gloria Gaynor, i Santa Esmeralda, che aggiunsero al genere caratteristiche uniche e successi come Lady Marmalade del gruppo di Patti LaBelle, la bellissima Fantasy degli EW&F, insieme con Boogie Wonderland degli stessi, Don’t Let Me Be Misunderstood del gruppo di Leroy Gomez e Never Can Say Goodbye e I will survive di Gloria Gaynor.
Tra gli artisti minori (che, comunque, ebbero un buon successo a livello mondiale) ricordiamo Andrea True Connection (More more more e What’s your name, what’s your number).
In Europa la Disco music ebbe degli sviluppi caratteristici, legati principalmente alle produzioni realizzate a partire dal 1974 in Germania, a Monaco di Baviera, da Pete Bellotte e Giorgio Moroder (quest’ultimo, di nazionalità italiana, aveva avuto un passato come cantante): vengono prodotti e lanciati sul mercato sia artisti americani come Roberta Kelly o Donna Summer che cantanti tedeschi come il trio delle Silver Convention. Altro produttore tedesco è Frank Farian, artefice del successo dei Boney M e degli Eruption.
In Francia nella seconda metà degli anni settanta vengono prodotti artisti di grande successo, come Patrick Hernandez (Born to be alive), Jennifer (Do it for me), Cerrone (Love in C minor) il trio della Belle Epoque (Black is black), Sheila & B. Devotion (Love me baby, Singin’ in the rain, Spacer), Patrick Juvet (Lady night e I love America) e i Gibson Brothers, di nazionalità francese ma originari della Martinica (Cuba). Il Discorso francese è forse il più interessante perché unisce produzioni come Born to be alive di matrice disco a progetti legati in qualche modo all’Electro-Pop / Synth Pop tedesco, in un genere totalmente nuovo ed originale che da alla luce progetti come Plastic Bertrand (Tout Petit La Planete che poi traghetteranno i produttori francesi negli anni Ottanta dominati da Telex (L’Amour Toujours, Twist a’ Saint Tropez e altri progetti dove la Disco esalta al massimo livello la sua commistione con l’Electro Pop.
Dall’Inghilterra proviene invece Dee D. Jackson (Automatic lover, Meteor man), dalla Spagna il duo delle Baccara, e dall’Olanda gli Spargo (You and me).
Anche gli ABBA, pur non essendo un gruppo disco, hanno spesso inciso canzoni con queste sonorità, da Dancing Queen (sebbene la canzone sia quasi priva di ogni caratteristica tipica del genere) a Voulez-Vous.

Gli anni Ottanta: l’esplosione europea, la fusione con il Synth Pop, la Italo Disco

La Italo Disco è la scena che domina gli anni Ottanta e che traghetta l’Italia a diventare il più grande esportatore di dance tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, quando la dance italiana influenzerà non solo protagonisti della scena europea come S.N.A.P. ma persino produttori americani come Afrikaa Bambaataa. Sono innumerevoli le produzioni italo disco degli anni Ottanta (ometto di citare i nomi). Gli anni Ottanta italiani sono tanto prolifici da circoscrivere correnti musicali diversissime, dal Pop Italiano (il caso delle origini della Italo Disco, che alcuni fanno risalire a Tony Renis, Cuore Matto e tantissime altre produzioni italiane che dal Twist americano ne avevano preso lo spirito più ludico e legato all’intrattenimento, fino all Electro-Pop / Synth Pop dei Matia Bazar (che tra il 1983 ed il 1986 conquisteranno l’Europa con la formula, cantato italiano – suoni sintetizzati – melodia vincente, è il caso di Ti sento, successo internazionale considerato uno dei più grandi capolavori dell’Electro-Pop di tutto il mondo, pubblicato nel 1985) di Franco Battiato nella sua espressione artistica più alta, e infine dei Righeira. Il genere diventa talmente di massa che proliferano centinaia di produttori, artisti e di produzioni impegnati al ballo, tra cui spiccano i fratelli La Bionda (One for you, one for me), che usarono anche il nome D. D. Sound per altri successi (1-2-3-4 Gimme Some More!) tanto che la Italo diventa genere mainstream in pochissimi anni, totalmente indipendente dalla classifica Pop ma allo stesso tempo in grado di padroneggiarla.

[fonte:Wikipedia]